Matteo's profileVive nunc imperturbate. ...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
Vive nunc imperturbate. 猿は木から落ちる水の世界 ....Mondo di scaglie d'acqua |
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ようこそ。はじめまして、マッテオです。どうぞよろしくおねがいします。(questo nella sparanza che qualche giapponese visiti il mio blog ^_^) Benvenuti nel mio Space....non so bene cosa sia qst guestbook, ma credo che ci possiate scrivere qualcosa...mah
September 05 Filosofia giapponese - Lo ShingonSecondo la tradizione, gli insegnamenti "esoterici" sono segreti e riservati perché trascendono le capacità limitate degli uomini ordinari. Devono essere protetti dall'abuso e dalla distorsione di chi non può comprendere. Fino alla fine della II guerra mondiale lo Shingon era una di queste scuole. E' una scuola tarda del Buddhismo, importata dall'India mentre un'altra branca della dottrina venne dal nord del Tibet nell'VIII sec. Alle origini era una scuola Buddhista completamente nuova, che considerò l'uomo capace di riprendersi la sua innata, ma persa, natura di Buddha " in questo corpo". Non fu più necessario aspettare fino a dopo la morte o dopo il passaggio di innumerevoli rinascite: compiendo certe discipline del corpo, delle parole e della mente, sottoponendosi a consacrazioni iniziatiche, il discepolo potrebbe realizzare in questa vita la sua fondamentale identità con i buddhisti di tutto il mondo. Questa scuola conosciuta come buddhismo esoterico o tantrico ha sempre tracciato una distinzione dagli insegnamenti essoterici. Le pratiche spirituali , guidando verso varie iniziazioni, furono sempre trattate come esoteriche e riservate a coloro che erano sottoposti ad una allenamento prescritto. Tali insegnamenti, conosciuti in Giappone col nome di Mikkyo, non furono mai messi per iscritto, ma trasmessi oralmente in una catena iniziatica con maestro e allievo. Le dottrine Mikkyo furono portate in Giappone da Kukai all'inizio del IX sec. Circa 40 anni fa, questi segreti accuratamente custoditi, la stretta divisione tra esoterico e essoterico, iniziarono ad essere abbattuti e numerose dottrine e pratiche messe per iscritto in Giappone. In seguito, le informazioni passarono , relativamente, ai lettori occidentali: lavori sull'arte e l'iconografia Shingon in Inghilterra, trattati su affascinanti soggetti di Mandala in Francia e così via. Questa scuola del Buddhismo, che è entrata immensamente nella vita culturale e spirituale del Giappone, non ebbe comunque molta risonanza in occidente. Ciò può essere motivato dal fatto che, paragonati all'immensa letteratura ren, e la sostanziale scrittura sul Vajrayana, i lavori sullo Shingon Mikkyo sono scarsi e i dettagli degli esercizi spirituali pubblicati, a confronto così recenti sono particolarmente inaccessibili. Lo shingon è sopravvissuto solo in Giappone. Forse alcuni sentono forte disapprovazione per la "liberazione" della conoscenza finora esoterica, credono che l'apertura dei cancelli possa risultare solo abuso e spirituale impoverimento. Altri potrebbero rispondere che sarebbe meglio registrare piuttosto che perdere, che sia meglio renderla disponibile a tutti piuttosto che perderla completamente. Sicuramente è meglio la seconda tesi.
La visualizzazione della sillaba A La visualizzazione della sillaba A (Ajikan) è una meditazione del primo Shingon e ha varie form di complessità variabile che enfatizzano tecniche differenti e aspetti della dottrina Mikkyo, ma in tutti i casi si focalizza sul suono, la forma, e il significato della sillaba A come esperienza della realtà aldilà di quella personale. Il Mikkyo vede questa sillaba come una incarnazione della vera natura dei tanti fenomeni dell'universo trascendendo nascita e morte, l'uno e i molti, passato e futuro, in una singola forma simbolica. L'Ajikan può sviluppare l'abilità nella meditazione attraverso fasi graduali e così è stata usata come prepazione per pratiche più difficili. Non è comunque un semplice esercizio preparatorio, ma adempie allo scopo degli insegnamenti esoterici: è una via con la quale l'illuminazione è facilmente ottenuta.
Il simbolismo che tutto include della sillaba A L'intero sistema di dottrine e pratiche esposte nel Dainichi-Kyo è simbolizzato nel simbolo della A. Sia negli insegnamenti essoterici che esoterici la sillaba A fu il simbolo dell'universo del Dharma. Originalmente la sillaba A fu un prefisso negativo e per questa ragione fu usata nei testi esoterici per rappresentare la verità perfetta che non sarebbe potuta essere espressa direttamente, cioè è espressa tramite negazione. E' il primo suono emesso dalla bocca e qiundi madre del linguaggio umano e di tutte le sillabe. Il vero significato della sillaba A è anche quello di “penetrare tutte le cose”. La base testuale dell'Ajikan può essere rintracciata nel “trattato sulla mente illuminata” di Nagarjuna e nel DainichiKyo. Sutra e testi Mikkyo vedono la sillaba A come simbolo di vuoto di potenzialità, della natura di tutte le cose originalmente non ancora nata. La recitazione e visualizzazione quindi rappresenta l'unione con la vera mente di Dainichi Nyorai. Questo estremo indefinibile vuoto è dotato di una moltitudine di virtù e abbraccia la verità di tutti i Buddha. Rappresentando tutto il linguaggio, la sillaba A, comunque, non nega la ricca diversità che ogni individuo trova in sé stesso e attorno a sé (come in pratiche in cui si considera la sillaba AN e altre centinaia di sillabe sanscrite. Colui che medita quindi visualizza un disco rotante che si trasforma in una luce che, sorgendo come il sole, taglia per le tenebre dell’ignoranza). Tutte le sillabe sanscrite comunque sono considerate con la stessa importanza nel Mikkto. Tutte hanno il loro significato associato e ognuna può essere visualizzata nel disco lunare in una meditazione seprata.
Tecniche di visualizzazione della sillaba A Caratteristica speciale della sillaba A è che può essere fatta in forma abbreviata, per circa 10 minuti, oppure in una forma espansa, con pieno uso di utensili rituali, evolvendo in tecniche avanzate, durando circa un’ora. Può essere praticata nella sala di meditazione o in una stanza tranquilla, con o senza un’immagine dipinta della sillaba A. Per il “dio” di questa pratica, colui che medita generalmente usa un quadro di una sillaba A sanscrita sovrapposta a un disco lunare sopra un fiori di loto. Il loto ha usualmente petali bianchi, la sillaba oro e il disco bianco come una luna piena. Nella meditazione della sillaba A, il praticante contempla l’immagine simbolica e visualizza internamente in fasi graduali. La A, il loto e il disco sono simboli “viventi” che, nella maniera caratteristica della pratica esoterica, parlano direttamente alla più profonda coscienza di colui che medita. Anche se concisa, la visualizzazione della sillaba A incorpora le tecniche di meditazione base del Mikkyo. In generale, colui che medita, prima prepara il corpo e la mente per l’unione esoterica, quindi, dopo essere entrato nello spazio della meditazione, compie la “tecnica di protezione dell’essere”, inclusa nei rituali di purificazione delle tre attività, indossando la corazza della compassione. In seguito compie il rituale di risveglio della mente illuminata e recita il giuramento di ugualità e i 5 grandi giuramenti. Seguendo questi, il praticante recita il mantra delle 5 sillabe di Dainichi Nyorai, usando la tecnica di circolazione. Le tecniche orali qualche volta istruiscono il praticante anche a compiere una tecnica di regolazione del respiro nel quale egli visualizza la sua mente con il suo respiro, per poi passare alla tecnica di permeazione che visualizza il respiro che vola attraverso tutto il corpo intero. Il praticante, quindi, prende l’immagine di “divinità” con il suo petto usando la tecnica di manifestazione dell’immagine. Egli probabilmente impiega anche la tecnica di trasformazione, visualizzando internamente la sillaba seme del dio e trasformando loto e disco lunare in una forma antropomorfica, che in questo caso è il praticante stesso. Quando la tecnica di espansione è usata per allargare il disco lunare interno, il praticante vede la sillaba A come la luce pure del disco lunare da solo. Il loto, anche, diventa parte dello stessa luminosità. Queste forme puntano a una singola verità.June 23 Letteratura giapponeseI brani presenti negli esami di letteratura giapponese moderna e contemporanea negli esami passati sono i seguenti:
1) «Che cosa è successo?» «Ho ucciso un serpente», disse tornando a fissarmi. «E tratta in salvo una bella fanciulla, magari?» «No, un uccellino, ma c’è di mezzo anche una bella fanciulla» «Molto interessante, dai, racconta».
OPERA L'oca selvatica (Gan 雁 ) AUTORE Mori Ogai 森鴎外
2) «Distolsi lo sguardo senza dire nulla, ma la figura della donna, ancor più bella, apparve riflessa trasparente e diafana, bagnata dalla luna, sulla grande liscia pietra nera che gli spruzzi dell’altra sponda avvolgevano in una sottile soffusa foschia. Ed ecco che, non distinguibile nell’oscurità, c’era un antro. Un batter d’ali, e ora anche dall’altro lato, ancora un frullar d’ali: enormi pipistrelli attraversarono volteggiando lo sguardo». «Oh, no! Via, non vedete che c’è un ospite?»
OPERA Il monaco del monte Kōya (Kōya hijiri ) AUTORE Hizumi Kyōka 泉鏡花
3)«…si era fermata di colpo e tirandolo per la manica, fissò l’interno della vetrina. «Chissà se mi starebbe bene!», e stese il dorso della mano davanti al naso di Okada, facendogli vedere le cinque dita, piegandole e allungandole. Era un pomeriggio di maggio in Ginza e, forse perché il sole rifletteva la sua luce proprio sopra le dita affusolate e morbide, le sue mani erano ancor più seducenti…»
OPERA Aoi hana 青い花 AUTORE Tanizaki Jun'ichirō 谷崎潤一郎
4)«Quel giorno aveva appuntamento con Oito sul ponte di Imado, a tarda sera, nell’ora in cui i volti delle persone non si distinguono più…. A quell’ora erano quasi del tutto spariti anche i passeggeri del traghetto»
OPERA Sumidagawa すみだ川 AUTORE Nagai Kafu 永井荷風
1) «Nel corso del quarto anno delle medie divenne anemico. Sempre più pallido e con le mani cerulee, dopo aver salito una scalinata dovevo accovacciarmi per qualche minuto se non volevo rischiare che il vortice simile a nebbia bianca che si era abbassato danzando sulla parte posteriore della mia testa per aprirvi un foro mi facesse perdere i sensi. Dei famigliari mi condussero dal medico, e questi diagnosticò l’anemia».
OPERA Confessioni di una maschera (Kamen no kokuhaku ) AUTORE Mishima Yukio三島由紀夫
2) «Egli cercò di avvicinarsi a lei, seguendo la scia di quella voce delirante, ma spinto indietro dagli uomini che volevano toglierle Yoko dalle braccia, barcollò. Per recuperare l’equilibrio, sollevò lo sguardo, e in quello stesso istante gli sembrò che la Via lattea scivolasse in lui come un sibilo». ».
OPERA Il paese delle nevi (Yukiguni 雪国 ) AUTORE Kawabata Yasunari 川端康成
3) 私がこの世でいちばん好きな場所は台所だと思。
OPERA Kitchen キッチン AUTORE Yoshimoto Banana 吉本バナナ
4)«…lacerato da due tipi di ambiguità di segno opposto. Le stesse che vivo anch'io in prima persona, come scrittore che ne porta su di sé i segni profondi. Ambiguità che si manifestano in vari modi, tanto da creare lacerazioni in un'intera nazione e nel suo popolo».
OPERA Io e il mio ambiguo Giappone (あいまいな日本の私) AUTORE Oe Kenzaburo 大江 健三郎 1) Quando tornò a casa, pieno di ammirazione per Yoshiko, trovò ad attenderlo un biglietto: “Domani, all’una di pomeriggio, andremo a vedere la mostra dei pupazzi di crisantemi. Dovresti venire a casa del professor Hirota. Mineko».
OPERA Sanshirō 三四郎 AUTORE Natsume Sōseki 夏目漱石
2) «Era innamorato di me, lui, e da quando ebbe dodici anni fino a diciassette, ogni volta che lo vedevo, immaginavo me stessa seduta nel suo negozio a vendere tabacchi leggendo giornali. Quando fu deciso che dovevo sposare un uomo mai conosciuto, come potevo frapporre questioni alle parole dei genitori?»
OPERA La tredicesima notte (Jūsan’ya 十三夜) AUTORE Higuchi Ichiyō 樋口一葉
3)«…Nelle sue tasche c’era il denaro. Sotto il vestito di lei, la sua pelle bianca. Il negozio di scarpe, quello di cappelli, il gioielliere, la drogheria, la pellicceria, il negozio di tessuti… se avesse tirato fuori i suoi soldi, gli articoli di quei negozi avrebbero avvolto alla perfezione la sua pelle bianca, avvinghiati alle sue braccia e gambe flessuose sarebbero diventati un tutt’uno con il suo corpo. Gli abiti da donna occidentali non sono “cose da indossare” ma un altro strato che si sovrappone alla pelle, una seconda pelle. Non avvolge il corpo dall’esterno ma è come un tatuaggio che penetra fin dentro la cute…»
OPERA Aoi hana 青い花 AUTORE 谷崎潤一郎
4)«… a questo punto potrei mettere giù il pennello. Se tuttavia volessi terminare il romanzo con una conclusione classica, dovrei aggiungere un capitolo, raccontando come, sei mesi o un anno dopo, in un luogo del tutto inaspettato, mi fossi imbattuto in Oyuki che non faceva più lo stesso mestiere»
OPERA Bokutō kitan 濹東綺譚 AUTORE Nagai kafu 永井荷風 March 05 Bien arrivé et bon retour(malades du reve)
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Carmen Consoli - I am just a little artist trying to express herself George De Stefano hears, and hears from the "piccola cantatessa," an Italian pop star turned roots-explorer. |
"I am just a little artist trying to express herself," said the 32-year-old Sicilian, at a late September press event a couple of days before her three sold-out shows at Joe's Pub, the downtown club that has become a leading venue for cutting-edge international artists. Her New York City engagement was part of a U.S. tour to promote her current CD, Eva Contro Eva (Universal Latino). The tour, which began at the Chicago World Music Festival, also took her to Madison, Philadelphia, Toronto, Northampton, and Washington, D.C, where she played the Kennedy Center.
An electric guitar-slinger with a big dramatic voice and charisma to spare, Consoli cuts a compelling figure, both on recordings and in concert. But she also can be alluringly subtle, exuding a slow-burn sensuality that's hard to resist.
She's in the latter mood on Eva Contro Eva, her sixth album, and the first to be issued in the United States, by Universal Latino. After a series of successful rock-oriented albums, beginning with Dueparole in 1996, she decided to change course for Eva.
On Eva she and her band trade in the amplified axes for acoustic guitars, mandolins, violins, accordions, bouzoukis, and even a string quartet. Low-key brass and woodwinds, including the friscaletto, a Sicilian flute, grace several tracks; percussion, whether traps or African and Arab hand drums, is restrained. Tempos run slow to medium, and Consoli's vocals are more conversational than declamatory.
The album, her first since L'Eccezione in 2002, shot to number one on the Italian pop charts when it was released in May 2006. But not a few of Consoli's fans were disappointed that she hadn't made another rock record. And truth to tell, Eva doesn't grab you at first listen, or even second. It instead draws you in with repeated listenings until you are completely captivated. It's a beautiful, mature work, and the most Sicilian of her recordings, "a return to my roots," as she remarked at the Italian Cultural Institute.
Consoli, in fluent English, noted the music's "Arabic scales and flattened notes, as well as Greek influences." But the lyrics - by turns ironic and empathetic, specific and allusive - also evoke the volcanic island, whose image too long has been associated with its worst aspect, a certain criminal association mytholgized in pop culture.
"Maria Catena" (Mary Chained) is a vignette of sexism and religious intolerance, as the title character suffers the rumor-mongering of the good Catholics of her small-town parish church. The priest, swayed by the talebearers, denies her the Eucharist. Christ on the cross, observing Maria Catena's mistreatment, is pained more by the slander than by the nails piercing his flesh.
The languorous "Sulle Rive di Morfeo" ("On Morpheus' Riverbanks") offers some of the album's most arresting imagery. The upbeat "Dolce Attesa" ("Sweet Waiting") employs a woman's false pregnancy as a metaphor for the lengths to which self-deluded people will go, in pursuit of an illusion. (Consoli introduces the song with a sample of the great Sicilian folksinger Rosa Balestrieri's "Lullaby in Time of War.") "Madre Terra," written by Consoli and the Beninese singer Angelique Kidjo, has the two women alternating verses in their respective languages, as they implore mother earth's "warm embrace" for an Africa "joyous and intense/violated, abused and offended/maternal and proud."
The fact that Consoli and her musicians pulled this tour together in the wake of tragedy made their assured performance all the more remarkable. In early September the band's longtime bassist Leandro Misuriello was killed by a drunk driver after a gig in Sardinia. His replacement had just a few weeks to learn Consoli's repertoire.
Consoli closed her set on a raucous note, with a revved-up "Mala Razza," a traditional Sicilian song in which an abused worker complains to Jesus about his cruel boss. Consoli gave a fine solo performance of the song at the Italian Cultural Institute, but she killed with it at Joe's Pub, the band alternating a pounding rock backbeat with tarantella rhythms as Consoli spat out the lyrics' admonition to "grit your teeth and fight back!"
Carmen Consoli, along with Avion Travel from Caserta, is one of the few contemporary Italian artists to tour outside Europe, other than easy listening pop stars like Laura Pausini and Eros Ramazzotti, and classical kitschmeister Andrea Bocelli. There's no reason why Consoli, infinitely more challenging and accomplished, shouldn't be successful on the world music circuit. Eva Contro Eva could be the recording that does it for her.
“Affacciata alla torre di Yű Liang primamente vi ho scorta
eravate più flessibile del salice che alligna sul Wu Chang;
incontrarvi e perdervi è stato come l’ombra di un sogno.
Oh, ditemi se la vostra anima ha dimora nella pioggia o nelle nuvole del cielo”
Liu Yű-hsi (772-842 d.C.)
Marguerite Yourcenar, in una delle sue Novelle Orientali, racconta gli ultimi giorni di Genji il Rifulgente, l’Hikaru Genji nato dalla fantasia fertile e dalla sensibilità di Murasaki Shikibu, vissuta in Giappone nell’epoca Heian, (794 –1185).
Nella prigione dorata della corte dei Fujiwara, nell’allora capitale Heian-kyō, (l'attuale Kyoto), Murasaki scrive per l’intrattenimento dei gentiluomini e delle dame di corte il suo ‘diluviale’ Genji Monogatari (il romanzo di Genji): inizia così la tradizione del romanzo giapponese, con quello che oggi si può considerare uno dei capolavori della letteratura mondiale, tanto radicato nell’immaginario giapponese da fornire materia, personaggi, ispirazione, ad altri generi letterari e costituire un termine di riferimento nei comportamenti quotidiani.
Una delle opere più note del teatro del Nō (il teatro classico giapponese), tutt’oggi rappresentata nelle scuole.
Riassumere la storia di Genji, che si sviluppa in 54 capitoli, paradossalmente non è difficile, poiché il fascino del romanzo non è certo nella complessità della trama, bensì proprio nella sua frammentarietà, che, fino a Kawabata, rimane uno degli aspetti più suggestivi della narrativa giapponese.
Figlio di un Imperatore, e della bellissima e dolcissima Kiritsubo, sua concubina, Genji possiede una bellezza e un fascino “che formavano lo stupore e la gioia di quanti lo vedevano”, tanto che “persone di matura esperienza si dichiaravano meravigliate che una creatura simile fosse potuta nascere in quei tempi degeneri”, “uno che non sembra di questo mondo”.
Escluso dalla successione per la condizione non altolocata della madre, egli è, tuttavia, superiore a tutti i gentiluomini della corte nel comporre poesie e nel suonare il kotō, nella cura dell’abbigliamento intonato alle stagioni e nel profumo che emana nell’atto di incedere.
Sposato alla raffinata e scostante Aoi, figlia del Ministro della Sinistra, che egli scoprirà di amare solo al capezzale di morte di lei (“Aōi no maki” cap. IX ), Genji passerà da un amore all’altro, intrecciando rapporti più o meno durevoli, ma mai banali e frivoli, vissuti sempre con intensità emotiva anche quando il suo comportamento potrà apparire inconsapevolmente crudele. Egli, insomma, possiede al massimo l’irogonomi, quella capacità di amare e rendere felici le donne che costituisce l’ideale maschile dell’antica aristocrazia giapponese, in particolare della corte Heian.
Dei tanti personaggi femminili che lo circondano tre assumono un ruolo chiave nella vita del Principe: Kiritsubo, Fujitsubo e Murasaki. La prima è la madre, fugace apparizione nella vita di Genji, morta per troppo amore, quello dell’Imperatore, che l’ha esposta allo spirito malevolo dei cortigiani gelosi. E’ la nostalgia della madre perduta che spinge Genji ad innamorarsi di Fujitsubo prima ancora di vederla, solo per averne sentito decantare la straordinaria somiglianza con la Dama defunta.
Ma Fujitsubo è la moglie dell’Imperatore suo padre, e dunque inaccessibile a Genji, se non per una brevissima notte d’amore; ne nascerà un figlio, creduto legittimo dall’Imperatore, che costituirà un rimorso perenne per i due amanti e spingerà Fujitsubo a sottrarsi definitivamente al Principe; questi, dal canto suo, continuerà ad amarla “de lohn” e a cercarne i lineamenti, la voce, la lucentezza dei capelli nelle donne che incontrerà. Nessuna, tuttavia, può eguagliare “il sogno”, tranne Murasaki, nipote di Fujitsubo e a lei somigliante come una goccia d’acqua. Genji, diciassettenne, incontra Murasaki quando lei ha nove anni e prova il desiderio irresistibile di plasmarla; certamente la Dama di Heian-kyō, costretta nel mondo chiuso e artificiale della corte Heian, benché colta al punto di aver imparato il cinese all’insaputa perfino dei suoi familiari, non poteva conoscere il mito di Pigmalione, ma il bisogno dell’uomo di fingere nel pensiero la Bellezza di cui innamorarsi e realizzarla nell’arte non conosce evidentemente barriere di tempo e di spazio.
La bambina crescerà educata da Genji e rimarrà sempre al suo fianco, insieme figlia moglie madre, amorevole e saggia; anche quando l’infedeltà dello Sposo la farà soffrire ella nasconderà le lacrime dietro le maniche del kimono e comporrà il dolore in versi raffinati e arguti, felice perfino di allevare la figlia generata al marito da un’altra donna.
Perché Genji non si acquieterà nell’amore della sua creatura, bensì continuerà ad inseguire la bellezza, dovunque essa appaia fugacemente; dietro i muri cadenti di un palazzo in rovina o tra le cortine di seta di un padiglione, rivelata dal suono di un liuto o dal profumo di un fiore già decomposto.
“Quella cetra era intonata in chiave d’autunno, e lei la sonava con sentimento così tenero che sebbene la musica venisse di dietro le persiane chiuse, sonava moderna e appassionata, e del tutto in accordo con la mite bellezza del chiaro di luna.”(Genji Monogatari)
Dunque Murasaki Shikibu insegue il suo personaggio da un amore all’altro, amandolo lei stessa, per centinaia di pagine, ma non trova altro che fogli bianchi da dedicare alla sua morte, e le poche parole con cui si apre il capitolo 42, “Genji lo Splendente era morto e non c’era nessuno che lo potesse eguagliare”; poi l’attenzione si sposta sulle vicende dei suoi emuli, il figlio Kaoru (figlio presunto in quanto nato dalla relazione segreta della Terza Sposa di Genji con il figlio dell’amico, cognato e rivale, To no Chujo) e il nipote Niou.
Dal rifiuto di Murasaki di rappresentare la morte di Genji nasce la storia che ne offre M.Yourcenar. La scrittrice francese riempie le pagine vuote di Murasaki e racconta di come Genji, perduta la sua amatissima Murasaki, ingannato dalla Terza Sposa, la Principessa del Palazzo dell’Ovest, come lui stesso aveva ingannato l’Imperatore suo padre con Fujitsubo, l’indimenticabile Principessa dei Glicini, consapevole ormai di non poter più essere il protagonista dell’eterna commedia della vita, decida di finire i suoi giorni in un eremitaggio, sottraendo la propria vecchiezza alla vista di coloro che lo hanno amato o odiato, ammirato o invidiato, ma ignorato mai.
“Genji era ancora bellissimo, e questo provava una volta di più al principe che era proprio tempo di andarsene”. La via dalle “risonanti pietre” non è, però, facile da percorrere per quel principe il cui animo è ancora inviluppato nelle passioni della vita. Né può consolare la sua tristezza priva di ritegno la Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono, una delle tante dame di palazzo che hanno vissuto nell’alone della luce che irradiava dalla sua bellezza; ella, memore di qualche istante di felicità che egli le ha distrattamente regalato tanti anni prima, è venuta a condividere la sua solitudine; ma “le sue maniche” sono “ancora impregnate del profumo che usavano le sue mogli defunte” e dunque Genji la scaccia.
Ora le donne della sua vita non vivono ormai solo che nello spazio angusto, nel tempo troppo breve che è la memoria di un vecchio; un vecchio cieco che la piena del mutamento travolgerà assimilando il suo al destino dei fiori, delle nuvole, degli astri. Ha scritto un poeta del ‘900, che con Genji condivide il valore dell’amore e della conoscenza, che vivono solo nell’esperienza che si rinnova:
"Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l’avere amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.”
“Disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere”.
Per Pasolini è il rapporto conflittuale con le proprie pulsioni e il saccheggio che della vitalità naturale opera la mortuaria società delle merci; per Genji sono la cecità e la ‘brevitas’ della vita ad impedire l’adesione alla bellezza del mondo.
“Non mi lamento di un destino che condivido con i fiori, con gli insetti, con gli astri. In un universo dove tutto passa come un sogno, non ci perdoneremmo di durare sempre. Non mi addolora che le cose, gli esseri e i cuori siano perituri, dal momento che una parte della loro bellezza è fatta di questa sciagura. Ciò che mi affligge è che siano unici……Saranno in fiore altre donne, sorridenti come quelle che ho amato, ma il loro sorriso sarà diverso…..Altri cuori si spezzeranno sotto il peso di un amore insopportabile, ma le loro lacrime non saranno le nostre lacrime. Mani umide di desiderio continueranno ad intrecciarsi sotto i mandorli in fiore, ma la stessa pioggia di petali non si sfoglia mai due volte sulla felicità umana”.
Murasaki, dunque, non ha voluto raccontarci la sconfitta del suo personaggio, che fino alla fine non ha saputo mettere in atto l’intento più volte dichiarato di ritirarsi dal modo, secondo quella che è una prassi usuale per il buddismo; ci ha pensato la scrittrice occidentale, che con la ‘sorella giapponese’ condivide ‘l’umanità illimitata’, “la disponibilità alla com-passione universale.
Grazie all’erudizione, Marguerite Yourcenar di nuovo, come già per Zenone e per Adriano, ricrea la magia di sostituirsi ad un altro e offre a Genji le parole per rimpiangere le sue donne svanite nelle nebbie del tempo: così, per l’ultima volta, egli evoca l’immagine evanescente della Principessa Azzurra e della Signora-del-Padiglione-delle-campanule, della Signora Cicala–del-giardino e della Signora-della-Lunga-notte; e quella già sbiadita di Chujō, l’ultimo amore, l’ultima illusione, che non farà in tempo neppure a diventare un ricordo.
Considerando l’ ispirazione buddista del romanzo, quello che potrebbe colpire in Genji è la sua difficoltà ad accettare la legge dell’impermanenza, difficoltà per altro condivisa con altri personaggi del romanzo.
Eppure ci sono momenti in cui Genji non aspirerebbe ad altro che a fondersi con il tutto. Come nella danza che compie per la Festa delle Foglie Rosse, dove appare all’Imperatore e alla sua corte come una sorta di miracolo o di religioso portento, quasi “la visione di un altro mondo”.
“Quando finalmente sotto il rosso fogliame degli alti alberi d’autunno quaranta uomini si disposero in cerchio coi loro flauti, e un forte vento alpestre che squassava i tronchi dei pini aggiunse alla loro musica le sue selvagge armonie, e tra i mulinelli delle foglie cadute la danza del Mare Blu si scatenò d’improvviso nel suo smagliante splendore, tutti gli spettatori furono presi da un rapimento prossimo quasi al terrore” (Murasaki Shikibu op.cit., pag.182).
Il principe non può che ritrarsi da quello squarcio di infinito (“Quanto diverso dal loro il suo destino”), non senza, tuttavia, che anche i presenti colgano, attraverso il candore della sua mano sui grani scuri del rosario, un bagliore della bellezza da lui intravista, che li consola “dell’assenza delle donne che avevano lasciate”.
Eppure la tentazione di abbandonasi all’oblio è forte. L’ansia del ritorno sembra placarsi nel bellissimo paesaggio di Akashi, dove l’apparizione dell’isola di Awaji gli ispira il verso “Oh isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”
Ciao!!! Avrei tante cose da raccontare sulla mia vita a Venezia, come ad esempio le nuove amicizie che ho fatto, le cotte che ho preso, gli ambienti che frequento, ecc... Quando avrò un po' di tempo racconterò nel dettaglio, promesso ;)
Qst commento, però, lo dedico ad un argomento trattato in storia della filosofia e delle religioni del Giappone: l'impurità. Spesso ci si chiede perché il maiale sia considerato impuro dai musulmani, perché i mancini in passato siano stati considerati posseduti dal diavolo, perché l'omosessualità sia condannata dalla Chiesa. La risposta a qst e altre domande sono celate nel concetto di impurità. Personalmente trovo che questo argomento sia molto interessante e quindi ho deciso di pubblicare gli appunti della lezione...leggete, leggete (sperando di aver scritto in modo comprensibile...eheh)
IMPURITÀ: scelta di comportamento per cui alcune cose sono ritenute abominevoli, cattive.
Con il passare del tempo, però, ci si chiede perché venga considerata impura: si potrebbe rispondere che una cosa è impura perché è cattiva e a ciò si potrebbe anche credere. Gli antropologi, però, cercano il problema nel punto più profondo.
Le impurità, durante i secoli, divengono prassi, vengono accettate autonomamente e la spiegazione sta nel fatto che una cosa è impura perché non è classificata. La classificazione è un’operazione che una società compie utilizzando delle griglie con le quali viene definita e distinta la realtà. Ad esempio si può definire il pesce attraverso la griglia di animale che vive nell’acqua. Gli schemi devono essere accettati e sono rigidi. Il sistema può mutare, ma deve essere accettato dalla società in modo naturale.
Non tutto, però è classificabile, definibile. Si ha classificato il pesce come animale che vive nell’acqua, ma poi arriva il delfino, il quale non rientra in nessuna griglia, in quanto è sì abitante del mare, ma è un mammifero, che esce dall’acqua per respirare, e quindi diverso dal pesce. Il delfino non è classificabile attraverso quella griglia e dunque mette a repentaglio il sistema. Per salvare la struttura, a questo punto, la società elimina quella cosa che non è classificabile: se io accetto il delfino, mi salta il sistema. L’omosessuale non è accettato perché fa saltare la classificazione di uomo e di donna, diventa abominevole agli occhi della società.
A questo punto, subentra il discorso religioso. La religione è una forma di legittimazione all’eliminazione di quell’elemento inclassificabile che fa saltare il sistema. La religione definisce questo elemento impuro. Ciò accade perché dio è ordine e ha dato quell’ordine, quindi se si accetta un elemento impuro, salta il sistema e si ha il disordine e quindi ci si allontana dal dio. “Dio disse” si legge nella bibbia, è Lui che ha separato, classificato, definito la realtà. Dante, per rappresentare Satana, fa un insieme di tutte le cose impure, mostruose perché sono tutte cose incomprensibili, inclassificabili, che creano disordine. Il discorso religioso riprende questo disordine, visto come male.
L’operazione di classificazione crea strutture, organizza il reale. La società è organizzata in strutture, con ruoli ben precisi, così come la scuola, la famiglia, la Chiesa ecc… Nella famiglia ad esempio, si istaurano dei rapporti tra genitori e figli, genitori, figli e nonni, genitori, figli, nonni, zii, ecc…Vi è una struttura, quindi, con ruoli ben precisi ed essa cerca di mantenerli stabili e ordinati nel caso di alterazioni. ad esempio la mamma si adira contro il figlio che lascia in disordine la sua camera perché ha la percezione che ci sia l’accettazione di una classificazione, di una struttura nuova che è autonoma ed estranea a quella familiare.
Il problema sta nel rendere le varie strutture (scuola, famiglia, Chiesa, ecc..) omogenee in modo che non si contraddicano. Ci vuole una coerenza tra una struttura e l’altra e una struttura più forte che sorregga tutte le altre: questa è il CORPO. Esso è la struttura simbolica di tutto il nostro universo.
Leonardo da Vinci ha colto la profonda organicità del corpo e si può ammirare nel “L’uomo vitruviano: anche se nella realtà non sarebbe possibile, il corpo umano sta contemporaneamente nel cerchio e nel quadrato. Dal disegno di Leonardo si possono cogliere due caratteristiche del corpo.
1) La prima è che unisce la prospettiva oggettiva e soggettiva: io sono un corpo, io ho un corpo. Solo dio, oltre l’uomo, ha questa qualità. Essere e avere insieme → armonia. Il corpo si può dividere in due, è simmetrico (il cuore è a sinistra ma lo immaginiamo al centro). IL CORPO FISICO NON È UNA COSA NEUTRA: modificare il nostro corpo può creare disagio, perché cambiano degli schemi di classificazione. Ad esempio anni fa gli uomini che si facevano crescere i capelli suscitavano scalpore ed erano ritenuti omosessuali perché erano in contrapposizione con il sistema che classificava l’uomo con i capelli corti. Il corpo può essere un profondo attacco verso il corpo sociale. Le nuove generazioni usano il loro corpo in modo diverso da quelle vecchie e quindi modificano gli schemi.
2) Il corpo, però, è un qualcosa di compatto e atemporale. La storia non è visibile nel corpo, il quale rimane invariato. Gli escrementi fanno ridere e creano imbarazzo perché sono viste come impurità perché mettono in crisi la perfezione e completezza del corpo. Ci si pulisce la bocca per ripristinare i lineamenti del corpo. → Bisogna tenere controllata l’interazione con l’esterno (sbadiglio, sputo, ecc…) . Tutto ciò che mette in crisi la completezza del corpo è visto come impuro. Per questo motivo in alcune società, una cosa naturale come la mestruazione viene considerata impura e impedisce alle donne di entrare nei luoghi di culto. Il sangue che dovrebbe rimanere nel corpo ma che invece fuoriesce è ritenuto impuro.
Delle forme purissime sono Dio, che ha un solo corpo, e il bambino nella pancia della madre, perché è un corpo compatto che non ha bisogno di uscire. → due persone diverse (mamma e figlio), ma una sola cosa. Compare quindi il numero uno come numero di purezza.
Il numero 2, invece, è accolto da poche culture. Dietro ad una classificazione ci sta sempre un gioco polito, che cerca di garantire l’ordine e il proprio potere. In un corpo politico e sociale, infatti, non ci posso essere 2 cose uguali (ad esempio 2 presidenti, due imperatori ecc…) quindi il doppio, il numero due, non può essere definito in una classificazione. Qualcosa deve prevalere sull’altro. Ad esempio per molto tempo i MANCINI erano considerati impuri, perché era stato scelto che la destra prevalesse sulla sinistra (“Alla destra del Padre” si legge nella Bibbia), c’era bisogno di pensare che al potere ci fosse uno solo. Ai nostri giorni il corpo sociale sta cambiando, vi è un pluricentrismo e questo è dovuto al cambiamento della visone del corpo: prima era il cuore, ma ora si pensa anche che il cervello sia al centro.
IL NULLA
CONCETTO DI NULLA NELL’ETA’ CLASSICA E ANALISI
INFINITESIMALE
“ Il nulla è un concetto inquietante, ma sostanzialmente confuso […] considerato dalla maggior parte con angoscia, disgusto e panico”.
Il nulla non aveva né causa né effetti, né ragione né termine, dunque un elemento insituabile in una struttura logica. Ritenevano che la coerenza logica fosse un requisito essenziale per i propri concetti e non potevano accettare né che il nulla fosse qualcosa, né le inesplicabili proprietà che possedeva lo zero.
Ti afferrerei, ti abbraccerei
e ti direi:
“Lasciati andare, amiamoci,
e infischiatene dei pettegolezzi!
Perché i giorni incessantemente
deterioreranno i nostri corpi,
ma le nostre anime,
assaporato quest’effimero godimento,
potranno dormire insieme
una notte unica ed infinita.
Baciami, baciami senza tregua,
baciami così e poi baciami ancora,
baciami sempre intensamente,
baciami alla faccia di quei bigotti
che ci scagliano maledizioni
per questa immensità di baci,
baciami perché mi ami…”.
Ma non so se mi ami
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